Prologo

Il buio intorno a me è completo e avvolgente come un nero mantello.
Odo il rumore lento e regolare delle gocce d’acqua che scendono da una stalattite, un suono incessante e ritmico che farebbe impazzire chiunque.
Chiunque tranne me. Io sono diverso.
Io le ascolto scandire lo scorrere del tempo, unico punto di riferimento in questa dannata oscurità. Anzi no, non è il solo rumore che sento: mi fanno compagnia anche i passi affrettati dei miei schiavi, parecchi piedi sopra la mia testa.
Mi compiaccio di saperli così indaffarati per soddisfarmi.
Scuoto il capo e sbuffo, prima di stendermi sulla fredda pietra. Il contatto della pelle calda sul nudo pavimento non mi fa rabbrividire, al contrario, lo trovo quasi piacevole.
Chiudo gli occhi e tendo le orecchie, spalancando la mascella in uno sbadiglio sonoramente scricchiolante.
Sorrido, il corpo rilassato nell’attesa. Sorrido perché presto sarò libero, libero dalla prigionia cui quella vecchia e quell’uomo, Annor, mi hanno costretto. Sorrido per il terrore che so di incutere nel cuore di ogni essere vivente, sorrido per come sono stato soprannominato.
L’Ombra Oscura.
Forse neppure sanno, quegli idioti, che io rappresento l’essenza stessa dell’oscurità. Non sanno che il mio nome altro non significa.
Inspiro profondamente, lasciando che i polmoni si riempiano di aria fresca, e apro gli occhi di scatto, sollevando la testa. Avverto le pupille verticali contrarsi e dilatarsi, mentre le iridi infocate si fissano sullo spiraglio di luce proveniente dall’alto.
Molto in alto. Troppo in alto.
Troppo in alto non esiste, per me!
In un attimo sono in piedi, i muscoli tesi. Il mio corpo è scosso da un fremito, il cuore accelera i battiti. Sono pronto a fiondarmi verso la luce, verso l’uscita, verso la morte.
Ora posso vedere ciò che mi circonda, e la rabbia accumulata nel tempo sembra sul punto di esplodermi nel petto. Sono stato rinchiuso in una fetida caverna, quando io sono…
Mi costringo a calmarmi e torno a distendermi, ripiegando le ali lungo i fianchi possenti. Non mi ero nemmeno reso conto di averle spiegate, frantumando più di una stalagmite.
Devo riprendere il controllo, nessun essere umano ha alcun potere su di me. Incrocio le zampe anteriori, sulle quali abbandono la grande testa.
Richiudo gli occhi, sospiro.
Il momento giungerà presto, ma devo portare pazienza e fidarmi di Loro. Non ho altra scelta. Arriverà il giorno in cui quegli umani si pentiranno del loro gesto. Ma non è oggi.
Scorgo sbuffi di vapore nervosi disperdersi dalle mie narici, ancora frementi e restie alla calma. Così come avverto lo sbattere furioso della mia coda contro la nuda terra e il ringhio sommesso che mi brucia la gola.
Improvvisamente mi trovo a sorridere ancora una volta, la mente rivolta alla loro stupidità. Hanno davvero creduto di avermi catturato, vinto, messo fuori gioco. Non sanno ancora quanto costerà loro l’errore commesso. Il mio obiettivo ha subìto un ritardo, niente di più. Lo porterò a termine senza alcun dubbio.
Perché io non posso essere confinato, non posso essere domato, non posso essere sconfitto.
Io sono Graant, il Signore dei Cieli.

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Mio fratello

Serena camminava in silenzio e con il capo chino. I suoi passi leggeri risuonavano tetri nel corridoio del palazzo reale, illuminato a giorno dalla luce di molte torce.
La ragazza si fermò all’improvviso, picchiando le nocche contro il legno scuro di una porta; nessuna risposta giunse dall’interno.
Serena girò la maniglia con un sospiro e varcò la soglia. L’odore di aria consumata la costrinse ad arricciare il naso. Mosse qualche passo avanti, dopo aver richiuso la porta alle spalle.
La stanza era buia. Spesse tende scure impedivano alla luce della luna di entrare, una candela poggiata sul comodino era l’unica fonte luminosa.
Un ragazzo se ne stava seduto sul bordo del letto a una piazza. Dava le spalle a Serena, aveva i gomiti poggiati sulle ginocchia e la testa raccolta tra le mani.
«Perché sei qui?» chiese lui, senza muovere un muscolo.
Serena gli sorrise. «Lo sai il perché, Dag.» mormorò, sedendosi alle sue spalle.
«È successo per colpa mia.»
«Non è vero. Non potevi fare niente. Nessuno di noi poteva.»
Dagonat sbuffò e scosse il capo: aveva ragione Serena e lo sapeva, ma come poteva accettare una simile ingiustizia?
«Lui era tutto per me.» mormorò.
Serena gli posò una mano sulla spalla, con delicatezza. «Era importante per tutti, ma è necessario andare avanti.»
Dagonat annuì e si voltò a fissare la compagna. «Tu come stai?»
Lei si tirò in piedi e sfiorò il pancione con due dita. Un sorriso le animò le labbra, mentre esclamava. «A volte scalcia. Già reclama il suo posto nel mondo.»
«È ancora presto, ti pare?»
«Vuole strafare. Deve ancora nascere ed è già così simile al padre…» il viso di Serena si incupì. Abbassò lo sguardo per nascondere gli occhi lucidi.
Dagonat si passò la lingua sulle labbra. «Hai già pensato al nome da dargli?»
«Lo chiamerò come il padre che non potrà mai conoscere.»
Il ragazzo si avvicinò alla finestra e scostò la tenda per guardare fuori. Lasciò spaziare lo sguardo per la vasta piana di Gortho. «Annor… è un bel nome.» disse a voce bassa.
«Dag… Davvero non provi rancore nei suoi confronti?»
«Perché dovrei? Ha commesso uno sbaglio, Serena, come tutti gli uomini.»
«Sono lieta di sentirtelo dire.»
La ragazza piegò la testa di lato e socchiuse gli occhi. «A cosa pensi?»
«Ti importa davvero?»
«Qualunque cosa sia l’oggetto dei tuoi pensieri ti da il tormento. Quindi sì, Dag, direi che mi interessa.»
Dagonat si abbandonò in una risata melodiosa come musica. «Mi comprendi senza entrare nella mia mente, senza neppure guardarmi negli occhi… Sei speciale, lo sai?»
«Anche tu, altrimenti non saremmo stati scelti. Vuoi dirmi a che pensi o devo utilizzare la magia per scoprirlo?»
Il ragazzo si voltò per fissarla dritta negli occhi. «Non te lo lascerei fare.»
«Ma io lo farei lo stesso.»
«Lasciamo perdere la magia.» sorrise Dagonat, tornando a sedersi sul letto.
Tacque e tornò a essere serio. «Pensavo ancora a Luor, a ciò che ha fatto per me e per mio fratello.»
«Non mi hai mai detto di avere un fratello.»
Dagonat prese tra le mani il pendente d’argento che portava intorno al collo e lo fissò a lungo intensamente, prima di chiudere gli occhi. «Lo sto facendo ora» mormorò, iniziando a raccontare…

«La tua vita cambierà, Gemma. Ti rendi conto di questo?» esclamò con voce vibrante il capofamiglia, seduto al lato corto del tavolo.
«Sì papà» rispose la ragazza con uno sbuffo, attorcigliandosi attorno al dito affusolato una ciocca dei biondi capelli.
«No, Gemma, così non va bene. Non stai prendendo sul serio il tuo ruolo. Sei stata scelta dal sommo Luor in persona, lo capisci?»
Gemma rispose portandosi alla bocca un cucchiaio di zuppa di farro.
«Tutti gli sforzi fatti si stanno finalmente rivelando utili» disse ancora l’uomo, il sorriso radioso e gli occhi scintillanti. Passò a rivolgersi al ragazzetto che sedeva alla sua sinistra. «Domani inizieremo il tuo addestramento, Dagonat. Quello vero.»
Il piccolo chinò il capo a fissare il contenuto del piatto in porcellana, mentre la sorella gli rivolse un’occhiata carica di compassione. «Buona fortuna, Dag…» mormorò, alzandosi da tavola.
Il capofamiglia urlò il suo nome, intimandole di tornare a sedersi.
«Sono stanca, padre» rispose lei, mentre si massaggiava le spalle «Domattina dovrò alzarmi presto.»
«Ma la cena non è ancora terminata e…»
La madre dei ragazzi bloccò il capofamiglia stringendogli il braccio. «Ti prego caro, non urlare. Sveglierai il piccolo.»
L’uomo si liberò dalla presa con uno strattone. «Il piccolo, dici? Ha dieci anni, è ora che anche lui inizi a esercitarsi.»
«Ma sei matto?»
«Niente affatto! Dagonat e Gemma si allenano da quando ne avevano otto.» sbraitò il capofamiglia, prima di allontanarsi borbottando.

Dagonat raggiunse la sua stanza e si ficcò sotto le coperte. Iniziò a maledire gli Dei, rei di averlo fatto nascere Callisti, in una casata di maghi disposta a tutto pur di emergere. Lui aveva sedici anni, sua sorella Gemma venti. Entrambi non avevano fatto altro che allenarsi fin da piccoli nel controllo delle arti magiche e nell’utilizzo della spada, solo per vedere realizzati i sogni del padre.
E adesso, come se non bastasse, quell’uomo intendeva sottoporre al massacrante addestramento anche il piccolo fratellino di Dagonat.
Erano questi i pensieri che affollavano la mente del ragazzino, quando il sonno prese il sopravvento. Egli si trovava in un prato in fiore in compagnia dei fratelli, quando la porta della stanza si aprì di scatto e lo fece sobbalzare.
A entrare di corsa fu Gemma, stretto tra le braccia il più piccolo dei fratelli.
«Che succede?» chiese Dagonat, mentre balzava giù dal letto.
Gemma gli consegnò il bambino. «Scappa» lo esortò.
«Che succede?» ripeté Dagonat, mentre alle orecchie gli giungevano le urla di dolore del padre.
«Gemma, cosa diavolo…» la ragazza lo strattonò, senza dargli il tempo di proseguire. Si udì un ruggito provenire dall’esterno dell’abitazione, talmente forte da far tremare il terreno sotto i piedi dei ragazzi.
Dagonat guardò fuori dalla stanza e impallidì: maestose lingue di fuoco correvano verso di lui, divorando le colonne in granito e le travi di legno.
Gemma lo strinse a sé e si lanciò contro la finestra, la mandò in frantumi e rotolò all’esterno.
«Adesso andate via» disse, dopo essersi rimessa in piedi.
«Gemma, no!» disse il più piccolo dei fratelli, correndo ad avvinghiarsi alla gamba della sorella.
Dagonat si guardò intorno sgomento: le stalle, le case della servitù, il palazzo dove risiedeva con la famiglia, tutto era in fiamme. Il ragazzo seguì le volute di fumo innalzarsi verso l’alto e fu così che la vide: l’immensa figura alata che volteggiava maestosa nel cielo, disegnando spirali perfette.
Dagonat riuscì con fatica a staccare il fratellino da Gemma e con altrettanta fatica se lo caricò sulle spalle.
«Corri più veloce che puoi, Dag. Raggiungi Sibiun e dai l’allarme.»
«Tu cosa farai?» chiese il terzo fratello.
Gemma sorrise a entrambi. «Vi raggiungerò lì.» disse, voltandosi per nascondere le lacrime.
Una fiammata arrivò improvvisa dall’alto e soltanto lo scudo magico eretto in fretta da Gemma impedì ai tre di finire arrostiti.
Dagonat arricciò gli occhi e corse via, facendosi largo tra le lingue di fuoco con la magia, mentre suo fratello si dimenava, urlando il nome di Gemma con tutto il fiato che aveva in corpo.
Dagonat corse a lungo e si addentrò all’interno di una foresta, incurante dei rovi che gli laceravano la pelle, saettando tra gli intrichi della vegetazione fino a sbucare all’interno di una vasta radura. Allora si fermò un istante per riprendere fiato.
«Torniamo indietro, Dag. Torniamo indietro» gli intimò il fratellino, strattonandogli la manica del vestito.
«Dobbiamo proseguire. Questo è ciò che Gemma vuole. Noi…» le sue ultime parole vennero coperte dal ruggito del drago.
Dagonat si gettò sul fratellino, un attimo prima che questi venisse travolto dalla bestia, che atterrò maestosa all’interno della radura.
Dagonat si erse a protezione del piccolo, frapponendosi tra lui e il drago: si trattava di un esemplare di modeste dimensioni, lungo circa venti passi, dalle squame rosse e il corpo cosparso di aculei. Anche la coda, nera e robusta quanto il tronco di un albero, ne era irta.
La bestia piantò su Dagonat due occhi completamente neri e profondi come un abisso, prima di dilatare le narici ed emettere uno sbuffo di fumo nero. Il drago pareva annoiato di trovarsi dinanzi l’ennesimo umano che osava contrapporsi a lui. Improvvisamente e senza alcun preavviso, la bestia sollevò il lungo collo e spalancò la bocca irta di fauci, gonfiando il petto per espellere un poderoso getto di fuoco. La paura paralizzò Dagonat, ma non il suo piccolo fratello, che rapido lo spinse via, raccogliendo in pieno l’attacco nemico.
Dagonat scattò in piedi, la rabbia gli offuscò il cervello come una foschia. Rivolse entrambe le mani contro il drago: i palmi rilucettero di una luce verde e azzurra, lasciando partire un lampo che ridusse in cenere la bestia.
Solo allora Dagonat corse nel punto in cui avrebbe dovuto trovarsi il corpo del fratello, fermandosi per fissare con gli occhi sbarrati la terra bruciata dalla fiammata del drago, su cui non vi era traccia di nessuna carcassa.
Il cuore prese a martellargli con forza nel petto. Urlò a squarciagola il nome del fratello, più e più volte, prima che la stanchezza dovuta all’incantesimo lo facesse crollare al suolo privo di sensi.

Quando riprese coscienza, Dagonat si ritrovò al di sotto di robuste coperte, all’interno di una stanza accogliente. Si mise a sedere e fece per scendere, subito bloccato da una voce.
Il ragazzo socchiuse gli occhi e prese a guardare vicino alla finestra, dove stava seduto un vecchio dalla barba argentea e una lunga pipa in bocca.
Dagonat riconobbe in lui Luor. «Sono a Sibiun, vero?» chiese.
Il vecchio annuì. «Sei al sicuro.» disse, prima che gli occhi gli scintillassero. «I membri della tua casata sono speciali: Gemma avrebbe potuto polverizzare il drago al tuo posto, se non avesse sprecato tutte le energie per permettervi di scappare. Mi prenderò cura di te, da ora in avanti.»
«Adesso che avete perduto mia sorella, non è così?»
Luor scosse il capo. «Considero i miei allievi figli, ragazzo mio, e non armi. Ho pianto molto per Gemma e anche tu dovresti farlo. Versare lacrime ti aiuterà a lenire il dolore.»
Dagonat scese dal letto scuotendo il capo. «Ma di certo non mi restituirà mia sorella. E poi non ho tempo per chiudermi in una stanza e piangere. Devo ritrovare mio fratello.»
«Lui sta bene.»
Dagonat corse ai piedi di Luor. «Lo avete salvato voi?»
Il vecchio fece di no. «Ero parecchio lontano. È stato lui a salvarvi entrambi»
«Come ha potuto? Cosa diavolo andate dicendo? Lui non è ancora in grado di utilizzare la magia.»
«A livello inconscio tutti lo siamo, figliolo. Tuo fratello ha aperto un varco che lo ha condotto lontano dalle guerre.»
«Non ci credo!»
«Voi Callisti siete speciali, Dagonat, rammenti?»
«Dove si trova in questo momento?»
«Lontano da questa guerra. È nel posto in cui si compirà il suo destino.»
Dagonat inarcò un sopracciglio. «Non fate il misterioso, ditemi dove si trova.»
«E tu sei nel posto dove si compirà il tuo.» continuò Luor, ignorandolo completamente.
Il vecchio si tirò in piedi e posò una mano sul capo del ragazzo. «Ti ho mentito prima… Ero lontano, ma sono intervenuto e ho cancellato la memoria di tuo fratello.»
Dagonat sbarrò gli occhi e non riuscì a dire nulla.
«Egli ha scordato le sue origini, ha scordato i suoi genitori, si è dimenticato di Gemma e di te.»
«Perché?» riuscì infine a dire Dagonat, mentre le lacrime gli inondavano il viso.
Luor gli rispose con voce dolente. «Per compiere il suo destino. E tu, per compiere il tuo, dovrai scordarti di lui.»

Il silenzio rimase ad aleggiare per diverso tempo nella stanza in penombra, dopo che Dagonat ebbe finito di narrare. Fu Serena a romperlo. «Luor è stato come un padre, ma…»
«No Serena, la sua non era crudeltà.» porse il pendente alla ragazza e sorrise. «Si è premurato di farmelo avere.»
«È intriso di potere magico.» constatò lei, dopo averlo sfiorato con due dita.
«Il potere di Luor. Desiderava che mi ricordassi di mio fratello.»
«Ma… non ti interessa raggiungerlo? Sapere dove sia?»
Dagonat scosse il capo. «Al contrario di me, egli non ricorderà mai. Ovunque sia si è rifatto una vita e io non ho intenzione di rovinargliela. Luor voleva che almeno lui vivesse in pace, ora lo so.»
«Come si chiama, Dagonat? Tuo fratello… Ricordi il suo nome?»
Il ragazzo fissò il pendente a lungo, poi riportò gli occhi azzurri su Serena e sorrise. «Ansgar. Il suo nome è Ansgar.»

Memorie di Arthegor, un nuovo regno Capitolo III

In viaggio

Il sole splendeva alto nel mite Paese dell’Erba, il vento fischiava dolce e melodioso tra le chiome degli alberi in fiore, gli uccelli cinguettavano allegri. Il giovane Annor sedeva all’interno di una piccola radura circolare, in compagnia di quattro suoi coetanei; le gambe incrociate, gli sguardi attenti fissi su un vecchio dalla barba argentea.
«Maestro, la guerra che stiamo combattendo è giusta?» chiese l’unica femmina del gruppo, una ragazzina dai capelli biondi raccolti in una coda delicata.
Il vecchio rispose sorridendo, come era solito fare. «Non esistono guerre giuste, Serena. Tuttavia, a volte, combattere è necessario per sopravvivere. È una legge di questo mondo, ma non è giusta.»
«E i guerrieri, allora? Sono virtuosi? Cosa li rende tali?» Questa volta la domanda fu posta da Annor. Il vecchio voltò le spalle ai ragazzi, si avvicinò a una roccia e prese tra le mani la spada che vi aveva poggiato in precedenza; la sguainò con un unico movimento fluido e si voltò con l’agilità propria di un fanciullo, levandola alta verso il cielo. Gli allievi rimasero a osservare a bocca aperta la lama sottile, scintillante e acuminata.
«Per un guerriero, la spada rappresenta lo specchio della sua anima. Se la lama appare arrugginita, scalfita o smussata, allora il guerriero ha perduto l’onore che dovrebbe caratterizzarlo. Non dimenticatelo mai, ragazzi.»

Annor si svegliò di soprassalto. Si rizzò nel giaciglio e tentò di normalizzare il battito cardiaco. Trasse un profondo respiro e iniziò a massaggiarsi le tempie, tentando di fare mente locale: lui e Wiskard erano in viaggio da cinque giorni e, a detta del suo amico, ce ne sarebbero voluti altri due per raggiungere il palazzo di Damien.
«Sei già sveglio?» gli chiese Wiskard, sopraggiungendo in quel momento alle sue spalle.
«Possiamo rimetterci in viaggio se lo desideri.»
Wiskard raccolse le coperte e si diresse verso i cavalli. «In altre circostanze avrei preferito sostare ancora un poco, ma…»
«Questa foresta ha molti occhi» lo interruppe Annor.
«Già… e non tutti ci sono amici. Muoviamoci!»
Così i due uomini ripresero il cammino. Abbandonarono il boschetto e puntarono verso una valle verde, attraversata da un fiume.
Annor levò lo sguardo al cielo: quelle terre erano incredibili. Da quando aveva abbandonato il piccolo villaggio senza nome non si era vista neppure una nuvola, il sole riscaldava al punto giusto e una fresca brezza soffiava di tanto in tanto. Ma non era solo il clima a destare il suo interesse, anche i paesaggi erano assai mutevoli. In cinque giorni, lui e Wiskard erano passati da zone completamente riarse e aride ad altre piene di verde e rigogliose; da valli desertiche a luoghi coperti da un sottile strato di ghiaccio. Il tutto avendo percorso solo poche miglia…
Continuarono ad avanzare per tutto il giorno, lasciandosi a oriente alte vette incappucciate di neve e procedendo verso sud. Le uniche soste furono fatte per un veloce pranzo e per ottemperare a bisogni fisici.
Quando si fermarono in una piccola radura, la notte era scesa da parecchie ore. La cena fu a base di funghi ed erbe raccolti durante il cammino.
«Fermiamoci in una locanda, domani. Ho voglia di una zuppa nutriente, o di una succulenta bistecca» disse Annor, mandando giù l’ultimo funghetto.
Wiskard scosse appena il capo. «Mangerai tutto quello che desideri una volta giunti a destinazione.»
«Perché tutta questa fretta?»
«Sono fatto così. Mi dispiace costringerti a questi ritmi forsennati, ma ho assoluto bisogno di conferire con Damien. E finché non l’avrò fatto, non riuscirò a essere tranquillo.»
Annor fece un gesto di noncuranza con la mano. «Non scusarti, non importa. Sono abituato alle marce forzate.»
Wiskard prese a fissarlo intensamente, gli occhi scintillanti alla luce del piccolo falò. «Il Paese dell’Erba… certo, deve essere stato un viaggio lungo e faticoso.»
«Già…» fu la laconica risposta di Annor, e il discorso cadde.
Annor fu lasciato libero di riposare, ma non riusciva a prendere sonno, troppo spaventato all’idea che il passato potesse tornare ancora a fargli visita.
Si stava rigirando nel duro giaciglio velocemente approntato, quando alle orecchie gli giunse, appena sussurrata, la melodia di una dolce canzone. Si mise a sedere, poi raggiunse il compagno.
«Ti manca tua moglie» sussurrò, prendendo posto al suo fianco. Wiskard gli scoccò un’occhiata, aspirando una boccata dalla pipa. «Te lo dicono i tuoi poteri?»
«Me lo dice la tua faccia. La canzone era molto bella, aveva un suono dolce. Tuttavia non ho compreso neppure una parola.»
«È una ninna nanna di queste Terre, cantandola nella lingua corrente perderebbe molta della sua bellezza.»
Wiskard tacque un lungo istante, durante il quale lasciò vagare lo sguardo per la radura. «Io e mia moglie la cantavamo ogni sera al nostro piccolo; lei lo teneva stretto al petto e io gli carezzavo i boccoli scuri.»
Annor si sentì improvvisamente in imbarazzo. «Mi dispiace, io… non sei tenuto a dirmi nulla, Wiskard.»
Lui gli sorrise, un sorriso comprensivo e affettuoso. «Il fatto che tu non voglia parlare di te, non implica che io debba fare lo stesso, Annor. Condividere il dolore mi aiuta a rendere il fardello meno pesante. Un giorno lo capirai anche tu.»
«Forse, ma adesso sarà meglio che torni a dormire.»

Il giorno seguente, il cammino riprese di buona lena. Wiskard pareva soddisfatto.
«Ancora un giorno e saremo arrivati!» esclamò, raggiante.
Annor era invece inquieto. Non riusciva a spiegarsi il perché del sogno di due notti addietro. Era la prima volta che riviveva un evento passato in modo così nitido.
«Per la tua gioia, Annor, oggi pranzeremo in una locanda. Poco distante da qui sorge un piccolo villaggio. Stiamo procedendo davvero bene, dunque possiamo permetterci una sosta un po’ più lunga. Allora, sei contento?»
Le parole di Wiskard lo riportarono indietro. Si limitò a sorridere e annuire, poi portò l’attenzione sul sentiero. Le mura del villaggio iniziavano a scorgersi, alte e bianche. Annor si fermò quando furono giunti sulla sommità di un pianoro e prese a guardare in direzione del villaggio, proteggendosi con una mano dal riverbero del sole.
Wiskard gli strizzò l’occhio. «Ti piacerà, vedrai. È una bella cittadina.»
«Era, vorrai dire.»
Il sorriso scomparve dalle labbra di Wiskard. «Cosa intendi?»
«Ciò che ho detto. Faremmo meglio a prendere un’altra via.»
Per tutta risposta, Wiskard schioccò le redini del cavallo e partì come un fulmine in direzione delle mura; Annor lo seguì imprecando.
Si bloccarono una volta giunti a pochi passi dal cancello divelto.
«Heftig!» disse Wiskard tra i denti.
Annor portò la mano sull’elsa della spada. «Vuoi entrare?»
«Devo farlo, ma non ti obbligherò a seguirmi.»
«Al diavolo, Wiskard! Stiamo viaggiando insieme!»
«Molto bene, allora entra da qui. Io farò il giro, esiste un altro ingresso. Fa’ attenzione, e se ti trovi nei guai non farti problemi a urlare.»
Annor gli sorrise ironico. «Vale anche per te» e oltrepassò il cancello.
Iniziò così ad attraversare le strade deserte del villaggio. Il vento crebbe d’intensità, la terra prese a turbinare, finendogli negli occhi e nelle narici. Annor imprecò contro il tempo mutevole di quelle terre, riparandosi nel mentre il viso.
A eccezione del vento, ogni cosa era silente: non si udivano passi, voci, neppure il miagolio di un gatto. Annor rinsaldò la presa intorno all’elsa, prima di imboccare una via più ampia, probabilmente quella principale.
La attraversò guardandosi costantemente intorno: le case avevano porte e finestre sprangate. Era quasi giunto nella piazza del villaggio, quando da un vicolo sbucò veloce una figura, che lo travolse e finì col disarcionarlo. La spada gli sfuggì di mano e Annor poté solo urlare, mentre l’aggressore lo inchiodava al terreno e si protendeva ringhiando verso di lui.
Quando vide di cosa si trattava, un lungo brivido gli partì dal collo per attraversargli tutta la schiena. Piegato su di lui c’era un essere dalla pelle rossastra e gli occhi giallognoli, le piccole pupille orizzontali; i denti erano aguzzi e bianchi; esibiva artigli al posto delle unghie.
L’essere mostruoso si piegò verso di lui ansimando e sbavando sempre più. Annor protese un braccio, nel tentativo di respingerlo, ma la forza dell’aggressore era sorprendente. Un rivolo di saliva colò sul viso dell’uomo, mentre l’aggressore si avvicinava sempre più al suo collo. Adesso era talmente vicino che Annor poté sentirne il fiato. Constatò con orrore che sapeva di marcio e di carne in decomposizione.
Annor dovette ricorrere a tutte le sue energie, per riuscire ad allontanare il nemico di qualche passo, prima di potergli rifilare un pugno e spingerlo di lato. Allora fu lesto a rotolare dalla parte opposta.
L’essere lanciò un ruggito, si piegò su quattro zampe come un cane e partì in una carica a testa bassa.
Annor raggiunse la spada, la fece roteare e attese l’ultimo istante, prima di abbatterla sulla testa del nemico e spaccarla. Rimase a osservare disgustato la pozza di sangue scuro che si allargava intorno al mostro, prima che un nuovo ruggito lo facesse sobbalzare.
Lo straniero corse nella sua direzione, la mente rivolta al suo compagno. Attraversò di volata vicoli stretti e maleodoranti, finché non sbucò in una via più ampia. Wiskard era pochi passi più avanti, tre nemici giacevano morti ai suoi piedi, e altrettanti lo fronteggiavano, sbavando e ringhiando.
Quando uno dei mostri ferì Wiskard al braccio, Annor si risolse a utilizzare la magia: levò una mano verso l’opponente e si concentrò, scagliando un piccolo globo incandescente nella sua direzione. L’incantesimo colpì l’essere in pieno petto, facendolo rovinare lontano. Questi si contrasse due volte ruggendo di dolore, poi spirò, il corpo ridotto a un cratere fumante.
Gli altri due gli lanciarono un’occhiata stupita, per poi fuggire terrorizzati.
Lui si avvicinò a Wiskard. «Tutto bene?»
«Grazie al tuo intervento sì.»
Scoccò un’occhiata al braccio e prese a fasciarlo con un grosso fazzoletto. «È solo un graffio superficiale, niente di serio.»
«Sono questi gli Heftig?» domandò Annor, osservandone i corpi.
«Gli esemplari giovani, affamati di carne umana. Quegli adulti sono leggermente diversi e più intelligenti. I loro capi adoperano la lingua corrente e sono in grado di utilizzare la magia.»
«Dunque sono ancora più pericolosi.»
Wiskard assentì. «Li hai messi in fuga, non si aspettavano un mago. E gli adulti non sono nei paraggi. Lasciano indietro i giovani dopo una strage. Coraggio, andiamo via. Restare non ha più senso.»
Lo sguardo di Wiskard cadde sulla spada sguainata di Annor; rimase a osservarne la lama scalfita, perplesso.
Lo straniero si affrettò a rinfoderarla. «Uccide, posso assicurartelo» tagliò corto, voltando le spalle.

Memorie di Arthgor, un nuovo regno Capitolo II

Le Terre d’Ambra

Annor si svegliò riposato, come non gli accadeva da tempo. Si tirò in piedi con un sospiro, gettandosi sulle spalle nude il mantello e recandosi nello stanzino da bagno. Prima di entrarvi guardò fuori dalla finestra: la pioggia cadeva battente oltre il vetro, proprio come Wiskard aveva detto. Scosse il capo e girò la maniglia, entrando nel bagno. Il suo sguardo cadde su un rasoio: da quanto tempo non si radeva? Fece scorrere le dita lungo le guance, sentendo sotto i polpastrelli la barba lunga e dura. Troppo, troppo tempo.
Inclinò lo specchio e si inumidì il viso.
Quando ebbe finito sorrise trionfante: sembrava ringiovanito di almeno dieci anni. La sua mente corse alla locandiera della sera precedente. Se lo avesse visto ora, di certo non avrebbe rifiutato di passare la notte con lui… Guardando la sua immagine riflessa si scoprì sorridente. Si avvicinò allo specchio, ravviandosi i capelli neri e strizzando l’occhio.
Tornò nella stanza da letto fischiettando, scoccò un’occhiata ai suoi abiti logori e con una smorfia di disgusto aprì un grande armadio addossato alla parete orientale. Scelse un vestito scuro, lungo, e si cinse le spalle con un mantello, che provvide a bloccare con la piccola spilla che si portava dietro. La spilla del suo maestro…
Scosse il capo per scacciare il pensiero e lasciò la stanza per recarsi al piano di sotto.
Raggiunse il salotto della sera precedente, e lì trovò Wiskard, sprofondato in una poltrona alla sinistra del camino, una lunga pipa in bocca.
«Hai dormito bene?» gli chiese sorridente.
Annor annuì e si sedette su una seconda poltrona, di fronte a Wiskard. Prese a fissare il fuoco crepitante con intensità, come se le lingue incandescenti potessero parlargli.
«Tre giorni» disse all’improvviso.
Wiskard corrugò la fronte. «Tre giorni?»
«Ieri sera mi ha sorpreso trovare un caminetto acceso in una casa vuota. Tre giorni! È da tanto che queste fiamme bruciano. Sono magiche.»
Wiskard emise un lungo fischio. «Il camino è magico. Quando le temperature diventano troppo rigide si accende. Tuttavia, il padrone di questa casa non era un mago.»
«Questo lo so.»
«Annor, ho delle domande da farti.»
«Anche io intendo sapere delle cose, ma lascia che ti avvisi sin d’ora: non chiedermi del mio passato.»
Wiskard soffiò, liberando nell’aria sottili anelli di fumo bianco. «Come desideri… voglio solo che tu mi tolga una curiosità: per quale motivo hai pagato il vecchio Joe, al cancello sud?»
Annor distolse lo sguardo dalle fiamme per portarlo su Wiskard. «Eri lì?»
«No, affatto. E non sono un mago, ma posseggo molti occhi. Allora, Annor, perché?»
«Il vecchio Joe aveva bisogno di soldi, ecco perché.»
«Non lo nego, è un poveraccio. Apprezzo la tua misericordia, ma perché fare tanto il misterioso?»
«Per la riconoscenza. Quei soldi Joe se li è guadagnati, non deve vedermi come un benefattore, poiché non lo sono.»
«Sei fuori di testa, lascia che te lo dica, amico.»
«Non pretendo che tu capisca il mio modo di fare.»
«Allora passiamo alla domanda successiva: perché sei rimasto con me?»
«In quella locanda non volevo tornare, dormire all’aperto era fuori discussione. Così…»
«Così hai pensato bene di accettare l’ospitalità di un assassino» lo interruppe Wiskard.
«E il perché lo hai detto tu ieri sera: io non ti temo, Wiskard, e non credo nel caso.»
«Dunque pensi che il nostro incontro sia stato organizzato?»
«Credo che tu stessi aspettando qualcuno. Uno straniero, per esempio. Hai detto di possedere molti occhi, sicuramente non ti mancano neppure le orecchie… mi hai sentito discutere con quella bellissima locandiera e hai deciso di avvicinarmi; potresti averla perfino pagata, adesso che ci penso… l’intervento del soldato ti ha aiutato.»
Le labbra di Wiskard formarono un sorriso compiaciuto. «Notevole, Annor, notevole. Non ti chiederò nulla riguardo il tuo passato, ma… potrei sapere da dove vieni?»
«Dal Paese dell’Erba.»
Se Wiskard fu sorpreso di fronte a tale affermazione non lo diede a vedere. Aspirò una nuova boccata di fumo. «Hai dunque avuto l’onore di conoscere il sommo Luor?»
Annor scosse il capo.
«Che peccato! Speravo potessi dirmi qualcosa sullo scopritore delle arti magiche.»
«In realtà non le ha scoperte. Ha insegnato agli uomini come utilizzarle.»
Wiskard si strinse nelle spalle. «E che differenza fa?»
«Nessuna, probabilmente. Tuttavia, gradirei sapere in che razza di terre sono finito. Questo clima è assurdo.»
«Il clima è di certo la cosa più normale, qui. Queste sono le Terre d’Ambra. Ne avrai sentito parlare, no?»
Annor sgranò gli occhi. «Credevo non esistessero.»
«Lo credono in molti. A ogni modo, come ti dicevo, il clima è l’ultimo dei problemi a queste latitudini. Cambia spesso e ovunque, non esistono regioni temperate o fredde, così come non esistono le stagioni. Tuttavia, anche un forestiero può farci l’abitudine, credo…»
«Se il clima non è un problema, allora che cosa lo è?»
Wiskard sorrise, come se non stesse aspettando altro che quella domanda. «La guerra, ovviamente. Il nome di queste terre non è casuale. Esistevano immensi giacimenti d’Ambra, in passato. Ma oggi non ne resta neppure uno. Tutti esauriti dagli uomini, o inghiottiti dalla terra stessa. Questo ha portato alla divisione delle Terre. Noi ci troviamo a Sud, dove governa Damien. L’Ovest è nelle mani dei Wander, popolo nomade che ha deciso di stabilirsi lì. Nel Nord, infine, risiede la razza guerriera degli Heftig. La guerra è scoppiata quando gli Heftig hanno invaso il Sud e i Wander hanno dichiarato di voler unificare le terre sotto la loro bandiera.»
«Giacimenti, dici? L’ambra non è un minerale.»
«L’ambra no. Ma l’Ambra di cui io parlo è diversa, Annor, e infinitamente più preziosa di quella che tu conosci.»
Lo straniero scrollò le spalle. «Se lo dici tu… a ogni modo, brutta storia quella della guerra.» Prese a fissare Wiskard intensamente. «Tu che ruolo giochi, da che parte stai? Sei forse un sicario?»
«Un mercenario. Facevo parte di un gruppo, ci chiamavano i Falchi.»
«Nome bizzarro» notò Annor.
«Forse. In ogni caso, il gruppo non esiste più da qualche tempo. Io ho deciso di lavorare per sire Damien. Sono sotto la sua protezione.»
«Questo spiega perché i soldati alla locanda mi hanno lasciato in pace, dopo il tuo intervento.»
Wiskard fece di sì col capo.
«Cosa ti ha spinto a unirti a questo Damien? I mercenari non lavorano per il miglior offerente?»
«Sei curioso, Annor.»
«Se non vuoi rispondermi non importa.»
«No, risponderò!» rise Wiskard, per poi tacere un lungo istante e soppesare attentamente le parole. Quando riprese a parlare la sua voce era diventata più bassa. «Durante uno dei primi attacchi degli Heftig, il villaggio in cui vivevo fu raso al suolo. Mia moglie e il mio figlioletto bruciarono in quella strage. Mi salvai perché ero fuori, in missione.»
«Dunque è la vendetta a muoverti.»
«In passato senza dubbio. Ma col trascorrere del tempo le cose sono cambiate. Più Heftig uccidevo e meno soddisfazione provavo. Finché non ho raggiunto la consapevolezza che, se anche li avessi sterminati tutti, questo non sarebbe bastato per riavere la mia famiglia. Mi sono unito a Damien perché voglio che il Sud vinca questa guerra, ma…» si bloccò e trasse un respiro profondo.
Annor notò che Wiskard si era fatto piccolo; le fiamme nel camino lo sovrastavano, quasi fossero pronte a venire fuori da un momento all’altro per divorarlo.
«Damien è vecchio e non crede nella vittoria» concluse, alzandosi in piedi.
Si avvicinò alla finestra, scostando la tenda scura per guardare fuori: le nuvole erano scomparse e il sole rischiarava il cielo.
«È durata meno del previsto, questa volta. Devo andare. Verrai con me?»
Annor si strinse nelle spalle. «Non ho niente di meglio da fare, e la tua storia mi ha incuriosito non poco. Dove andiamo, di preciso?»
Wiskard gli rispose avviandosi verso l’uscita del salotto. «A convincere Damien che questa guerra può essere vinta.»

Memorie di Arthegor, un nuovo regno Capitolo I

Un uomo in fuga

 L’aria era gelida e il vento ululava, spazzando via le nuvole e agitando i rami mondati degli alberi.

L’uomo arrancava lungo il pendio scosceso di una collina; stretto in un mantello, un cappuccio aguzzo sopra la testa, le mani coperte da pesanti guanti scuri. Si chiamava Annor ed era in fuga, braccato non dalla legge, ma dai sensi di colpa e dagli spettri del passato.

Attraversò la pianura con lo sguardo chino verso terra, osservando l’erba grigia che gli arrivava alle caviglie. Sollevò gli occhi solo una volta, giunto a pochi passi dal cancello di un villaggio, e per poco non sobbalzò vedendo il viso di un vecchio fissarlo da oltre le sbarre, illuminato dalla fioca luce di una lanterna.

«Chi siete?» chiese il guardiano.

«Cerco un posto dove passare la notte, buon uomo» fu la risposta.

Il vecchio sbuffò e scosse il capo. «Questo lo vedo, caro signore, ma vi ho chiesto chi siete.»

Annor allungò all’uomo un sacchetto di pelle, grande quanto il pugno di un bambino. «Necessito di un posto ove ripararmi dal freddo intenso.»

Il guardiano glielo strappò letteralmente dalle mani e lo aprì, fissandone stupefatto il contenuto. Quando si fu ripreso dall’intontimento scomparve alla sinistra del cancello per riapparire qualche istante dopo, un grande mazzo di chiavi nella mano tremante e scheletrica.

«Prego mio signore!» disse, dopo aver aperto ed essersi fatto di lato per permettere il passaggio del ricco sconosciuto.

Annor s’inoltrò nel villaggio senza più degnarlo di uno sguardo.

Imboccò una via ampia, immerso nel silenzio della notte, e si fermò una volta giunto nei pressi di una locanda senza nome. Era il più grande edificio della zona ed era disposta su due piani. Un arco immetteva in un piccolo cortile; dall’interno provenivano musica, canti e risa sguaiate. Annor lo varcò ed entrò nel locale, accolto da una densa nuvola di fumo.

Sbuffò e si diresse verso il bancone, sedendosi sull’unico sgabello libero. Prese allora a guardarsi intorno: molti avventori vestivano una corazza grigia con uno strano emblema rosso sul petto; cantavano, brindavano e discutevano circa una grossa battaglia che probabilmente li aveva visti vincitori. Quelle strane terre erano dunque in lotta?

L’intera Arthegor è in lotta.

Annor spostò lo sguardo oltre il bancone con un sospiro e rimase folgorato: una giovane donna dai capelli corvini e gli occhi azzurri e profondi come l’oceano lo stava fissando.

«Hai intenzione di ordinare qualcosa o sei entrato solo per scaldarti?» gli chiese, mentre si protendeva verso di lui, facendo sì che i seni prosperosi venissero in parte fuori dall’ampia scollatura.

Annor si ricompose e sorrise malizioso. «Prendo un boccale di birra, per cominciare.»

La donna fece un cenno con il capo e si allontanò. Ritornò poco dopo con due boccali di metallo schiumanti di biondo nettare; uno lo porse al cliente, mentre l’altro lo tenne per sé.

«Spero che la birra sia all’altezza della locandiera» sorrise, bevendone un lungo sorso.

La donna lo imitò e, quando ebbe finito, si passò la lingua sulle labbra carnose per pulirle dalla schiuma.

«Cosa te ne pare?» chiese con voce sensuale, mentre tornava a mettere in bella mostra i seni.

«Davvero ottima… mi chiedo cos’altro tu abbia da offrirmi.»

«Una stanza dove trascorrere la notte può interessarti, mio signore?»

Annor prese la mano della giovane tra le sue. «Gradirei anche un po’ di compagnia. Viaggio solo da molto tempo, ormai.»

Gli occhi azzurri della locandiera scintillarono. «Sei uno straniero, dunque.»

Annor annuì. «E trovo queste terre davvero bizzarre. Il clima cambia continuamente. Ieri sembrava di essere in estate, oggi in pieno inverno.»

«Domani potrebbe essere primavera, chissà» ammiccò la donna, una strana luce nello sguardo.

Annor rise. «Già… chissà. E chi se ne importa! Allora, piccola, mi terrai compagnia questa notte?»

La locandiera indicò la sala gremita con un cenno del capo. «Ho i clienti a cui badare.»

«Ci sono abbastanza camerieri. Coraggio, non farti pregare ora!»

La giovane accennò una nuova, timida, protesta. Annor si tirò in piedi e le serrò il polso in una morsa. «Ti prometto che non te ne pentirai.»

In quel momento sopraggiunse alle sue spalle un uomo in armatura, che gli intimò di lasciare in pace la donna.

Annor si voltò, portandosi a un passo dal soldato. « Nessuno ha chiesto il tuo parere. Torna pure a far baldoria.»

Nella locanda scese il silenzio. Il viso rubicondo dell’uomo si contrasse; spinse Annor e gli urlò di portare rispetto.

«Non sono stato io quello inopportuno» gli fece notare.

«Non siete di queste parti, dico bene, signore? Altrimenti sapreste che faccio parte dell’esercito reale, preposto per mantenere l’ordine. Adesso uscite di qui o mi vedrò costretto ad arrestarvi.»

Annor aggrottò le sopracciglia. «Arrestarmi?» chiese, fingendo di non capire.

«Avete sentito, signore. Ho il potere di farlo, non costringetemi.»

«Allora fallo. Provaci perlomeno.»

Furono in molti i soldati ad alzarsi. Annor scoccò loro una veloce occhiata, poi tornò a concentrarsi sull’uomo che aveva di fronte. «Avete paura?»

Le spade furono sguainate.

«Deponete le armi. Conosco i tipi come il nostro amico. Poveri mendicanti in cerca di attenzione. Gli insegnerò chi comanda.»

Annor portò una mano sotto il mantello e lasciò che scivolasse lungo il fianco, fino a toccare l’elsa di una spada.

Un terzo uomo si frappose in quel momento tra il soldato e lo straniero, che prese a fissarlo con un sopracciglio inarcato: portava lunghi capelli neri, qualche ciocca argentea sparsa qua e là, una barba irta e scura, e un paio di occhi grigi molto penetranti. Assicurata dietro la schiena tramite una cinghia di cuoio, recava una spada dall’elsa sottile.

«Chiedo scusa a nome del mio amico» disse, e si esibì in un inchino profondo.

Seppur riluttanti, i soldati fecero ritorno ai loro tavoli, mentre l’uomo misterioso prese Annor sottobraccio e lo trascinò fuori dalla locanda, non prima di aver scoccato una strana occhiata alla giovane locandiera.

 

«Suppongo di dovervi ringraziare» disse Annor una volta all’aperto.

«Potrai farlo domani. Andiamo ora, e non darmi del voi.»

L’uomo passò oltre Annor e lui gli corse dietro. «Andare dove? Devo tornare in quella locanda o morrò congelato.»

«Starai da me questa notte, vieni.»

Mentre camminavano per le silenti strade del villaggio, l’uomo disse di chiamarsi Wiskard. Annor decise di ricompensarlo presentandosi.

«Non sei di queste parti.»

«Si nota così tanto?» sbuffò il forestiero.

L’uomo annuì. Abbandonò la via maestra e si inoltrò in uno stretto vicolo, salvo bloccarsi dopo qualche passo.

«Non è qui» disse all’improvviso, grattandosi il capo.

«Cosa non è qui?»

Wiskard tornò indietro senza rispondere.

I due ritornarono così sulla via principale, per svoltare a sinistra dopo una trentina di passi.

Dopo aver camminato ancora per molto tempo, finalmente Wiskard si fermò di fronte a una porta di legno scuro. «Questi vicoli sono tutti uguali» si giustificò.

Tirò fuori dalla tasca del mantello un grosso mazzo di chiavi, gettandolo con stizza dopo aver appurato che non era quello giusto.

«Dove diavolo l’avrò messa» urlò, prendendo un mazzo più grande del precedente. Infilò una chiave nella toppa, mentre dalla sua bocca veniva fuori un torrente di imprecazioni; la serratura questa volta scattò e Wiskard rise di gusto.

Entrò in casa e accese una lanterna, dando voce ad Annor di accomodarsi.

Lui non se lo fece ripetere e varcò la soglia. Dopo aver sorpassato un piccolo corridoio si ritrovò all’interno di un salotto scarsamente ammobiliato; un caminetto stava sul lato occidentale, calde fiamme rosse crepitavano al suo interno. Quando Annor si avvicinò e tese le mani si rizzarono, come a volerlo salutare.

Wiskard fece capolino in quel momento, una lanterna in mano. «Sarai stanco, suppongo. Posso mostrarti la tua stanza se lo desideri.»

«Te ne sarei grato.»

Lo guidò su per una rampa di scale. Annor si fermò una volta che fu in cima. «Questa non è casa tua.»

«Lo è! Da questa sera» gli rispose di rimando Wiskard.

«E il proprietario lo sa?»

«Il proprietario è morto.»

Wiskard si voltò appena, fissando Annor da sopra una spalla. «Gli ho tagliato la gola questa mattina» asserì e riprese a camminare.

Una volta giunto a metà corridoio aprì una porta ed entrò in una stanza piccola e spartana, dove poggiò la lanterna su un tavolino.

«Non è molto accogliente, ma è sempre meglio che dormire fuori, non trovi?»

Annor annuì e osservò Wiskard andare via. «Credi che rimarrò qui questa notte, dopo quello che mi hai appena rivelato?»

Wiskard si bloccò che era già sulla soglia. «Tu non hai paura di me. E poi… » prese a fissarlo intensamente. «Sei un mago, no?»

Le labbra di Annor si incurvarono in una specie di sorriso.

«Domani non sarà un buon giorno per uscire. Il vento cesserà presto e verrà giù la pioggia. Dormi pure tranquillo.»

Annor rimase a fissare la porta anche dopo che Wiskard l’ebbe richiusa alle sue spalle.